Il bel racconto di Marco Miglio si apre con
una dimensione onirica, il racconto di un sogno, che già
contrassegna toni e significati della narrazione. Il simbolismo
del pozzo di acqua pura, apparso sulla spiaggia, cui il
protagonista, nel sogno, si disseta è dichiarato, poiché l’acqua,
simbolo di purezza, indica il candore del narratore ed il suo
intatto amore per la vita, la sua fiducia verso gli altri,
nonostante disinganni e delusioni. Di fatto, l’acqua ed il
mare non sono solo uno sfondo ma in qualche modo divengono
protagonisti, insieme alla terra, sottolineando il valore di
viaggio interiore e di ricerca di senso della vita del
protagonista.
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Se il mare rappresenta la ricerca, l’avventura,
il viaggio, la terra è invece la solidità e la ricchezza degli
affetti sui quali costruirsi la vita. Anzitutto la famiglia, la
mamma cresciuta a Deauville, tra i profumi della Normandia, poi
sotto la polvere delle fontane di Villa Torlonia,nel cuore di Frascati, l’incontro
con il padre, dal cui amore nascono i quattro figli, di cui il
protagonista è il primogenito. Tanti gli amici dalle vite così
diverse, Mauro, partito come volontario per l’Iraq, che vive la
solitudine ed il distacco dalla compagna e dal figlio; Massimo,
amico recente ma autentico, con il quale confidarsi e Carlo,
vero maestro di vita e di arte, prematuramente scomparso, ma ben
vivo e presente nelle scelte di vita del protagonista. Tutti
affetti solidi e capaci di lasciare un segno, affetti che non
sono un impedimento alla piena realizzazione dei propri sogni,
ma danno slancio e senso alla vita.
Del resto, l’io narrante svela dalle prime pagine come sia
l’amore il segno della propria esistenza, dichiarando
apertamente… “E’ risaputo che per seminare, per seminare amore,
bisogna esserci tagliati..” La semina ci rimanda alla terra, al
suo fiorire e la fertilità diviene la parola chiave nella
vicenda centrale del racconto, quella dell’imbroglio subito dal
protagonista, cui vengono venduti una casa ed un terreno di
straordinaria, apparente bellezza ed invece aridi e sterili.
Anche nella
desolazione del fallimento del proprio progetto di vita, quello
di condurre una vita attiva e contemplativa nello stesso tempo,
coltivando quel terreno e cercando nelle espressioni artistiche
la bellezza, però il protagonista trova, forse, un nuovo amore
e certamente trova conferma alla validità della sua fede nell’amore.
Una donna incontrata nella stessa casa poi acquistata, con la
quale ha condiviso innocentemente una notte gli lascia nel
salutarlo un suo foulard ed una foglia di betulla dove aveva
inciso il proprio numero di telefono, aprendogli una prospettiva
di riscatto. Una donna nella quale riconoscersi, nella
dimensione più profonda di unione spirituale e fisica, perché
“…anche lei cercava di seminare l’amore che aveva
dentro...”. Una prospettiva, una speranza, una possibilità,
particolarmente importanti dopo la perdita drammatica di un
altro amore, raccontata in brevi ed intense battute. E diviene
chiaro, a questo punto, il significato del titolo, “Seminare
amore”.
La ricerca della bellezza traspare nella descrizione dei vari
luoghi dove si snoda il racconto, luoghi assai diversi, da S.
Benedetto del Tronto, alle campagne Prenestine al romano
quartiere Coppedè. Una bellezza che non è fine a se stessa,
bensì assume un grande valore religioso, di “dono d’amore”
al mondo, come conferma la citazione di Giovanni Paolo II, dalla
lettera agli artisti “.. A quanti con appassionata dedizione
cercano nuove epifanie della bellezza per farne dono al mondo
della creazione artistica”.
Amore, dunque, in tutte le sue variegate espressioni, cui
restare fedeli anche nelle delusioni, per non diventare, sotto i
colpi del destino, un “mister Hyde che assorbe tutte le
negatività che lo circondano”.
Amore, appunto, per seminare e seminare per amore.
Filomena
Fotia
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